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Monalisa OrofinoDoula di fine vita

Accompagnamento

Cos’è una doula di fine vita

Una figura antica con un nome recente. Qualcuno che sta accanto quando non c’è più niente da aggiustare, e proprio per questo c’è ancora molto da fare.

C’è uno spazio fra quello che la medicina può fare e quello che una persona morente sta vivendo. La doula abita quello spazio.

Il punto di partenza

Quando non tutto si può risolvere

Quando una persona riceve una diagnosi inguaribile, oppure quando il corpo comincia semplicemente a ritirarsi dalla vita per età o per malattia lunga, entriamo in un territorio in cui la logica che ci hanno insegnato smette di funzionare. Siamo abituati a pensare che a ogni problema corrisponda una soluzione. Qui non è così.

Il rischio, in questo passaggio, è che tutti attorno continuino a cercare qualcosa da fare, e che nel frattempo la persona rimanga sola con quello che sta attraversando davvero. La paura, i pensieri che tornano di notte, le cose non dette, la fatica di vedersi cambiare, il desiderio di dire addio come si vorrebbe.

È in quel momento che una presenza accogliente e priva di giudizio smette di essere un lusso e diventa una parte necessaria della cura.

Illustrazione astratta di steli di lavanda

Confini chiari

Quello che una doula non è

Il lavoro di una doula di fine vita non sostituisce il medico, l’infermiere, l’operatore sociosanitario, lo psicologo, l’assistente spirituale o l’équipe di cure palliative.

Non faccio diagnosi, non somministro farmaci, non do pareri clinici, non prendo decisioni sanitarie e non svolgo psicoterapia. Se una situazione richiede un intervento che non mi compete, il mio compito è riconoscerlo subito e indirizzarvi verso chi può occuparsene.

Avere confini netti non è un limite del ruolo. È ciò che lo rende affidabile.

Come lavoro

Tre principi che porto sempre con me

La formazione INELDA che ho seguito poggia su tre pilastri che uso come bussola in ogni accompagnamento. Non sono passaggi in sequenza, sono tre direzioni di attenzione che tengo aperte insieme.

Verso di me

La consapevolezza di me

Prima di poter accogliere la morte di un altro devo aver guardato la mia, insieme alle mie paure e ai miei automatismi. Senza questo lavoro su di sé si finisce per proiettare i propri bisogni su chi si sta accompagnando.

Verso la persona

L’autonomia di chi muore

Le scelte appartengono alla persona morente, anche quando non sono quelle che la famiglia si aspettava e anche quando non sono quelle che avrei fatto io. Il mio compito è proteggerle, non correggerle.

Verso ciò che accade

Il processo del morire

Sapere che cosa accade al corpo e come si manifesta il lutto permette di spiegare, anticipare e rassicurare. Molta angoscia nasce semplicemente dal non sapere.

Nel concreto

Che cosa posso fare

Nessuna di queste cose è un pacchetto prestabilito. Costruiamo insieme quello che serve, e ogni scelta resta libera e revocabile in qualunque momento.

  • Creare uno spazio sicuro in cui nominare la morte

    Parlarne apertamente aiuta a mettere in ordine pensieri, timori e decisioni che altrimenti restano sospesi. Spesso è la prima volta che qualcuno può dirlo ad alta voce.

  • Sostenere le pratiche personali, religiose o spirituali

    Quali che siano, e senza alcun giudizio. Preghiera, meditazione, musica, natura, gesti di famiglia che non hanno un nome preciso ma tengono insieme una vita intera.

  • Aiutare a pianificare gli ultimi giorni

    Chi si vuole presente, che cosa si vuole intorno, quale atmosfera. Preparare l’ambiente e prendersene cura fa una differenza enorme per tutti quelli che ci sono dentro.

  • Mettere per iscritto la volontà della persona

    Come desidera vivere il tempo che resta e come desidera essere accompagnata. Scriverlo aumenta molto le probabilità che venga rispettato quando non potrà più ripeterlo.

  • Raccogliere un lascito emotivo

    Ripercorrere la propria vita e trasformarla in qualcosa di trasmissibile. Lettere, registrazioni, fotografie ordinate, oggetti destinati a qualcuno in particolare.

  • Spiegare i cambiamenti fisici del morire

    Solo se e quando lo desiderate. Sapere in anticipo come cambia il respiro o il colore della pelle riduce moltissimo la paura e il senso di impotenza di chi assiste.

  • Regolare il corpo con pratiche somatiche dolci

    Respiro guidato, tocco leggero, ascolto delle sensazioni. Il sistema nervoso di chi muore e di chi lo veglia resta a lungo in allerta, e può essere aiutato a scendere.

  • Prendermi cura del corpo di chi assiste

    Mesi di veglia lasciano segni precisi, sonno spezzato, spalle bloccate, respiro corto. Con il lavoro somatico si può intervenire lì, senza che dobbiate uscire di casa.

Il cerchio di cura

Il sostegno non riguarda una persona sola

Attorno a chi muore c’è sempre un cerchio. Coniugi, figli, fratelli, amici, vicini, badanti. Ognuno con la propria storia, i propri sensi di colpa e la propria idea di che cosa sarebbe giusto fare.

Chi assiste affronta un carico fisico ed emotivo continuo, spesso accompagnato dalla sensazione di non essere all’altezza e dalla fatica del lutto che comincia prima della perdita. È una condizione che logora in silenzio e che raramente qualcuno riconosce.

Affiancare il cerchio di cura significa dare informazioni chiare su quello che sta accadendo, favorire una comunicazione più sincera fra le persone coinvolte e offrire un luogo in cui la stanchezza e la rabbia possano esistere senza essere giudicate.

Significa anche occuparsi del corpo di chi veglia, che è la parte che nessuno guarda mai. Un sistema nervoso rimasto in allerta per mesi non torna a posto da solo quando tutto finisce, e questo è il terreno specifico del mio lavoro somatico.

Foto da inserire

Una precisazione

Il primo passo restano le cure palliative

In Italia le cure palliative sono un diritto riconosciuto dalla legge 38 del 2010 e sono gratuite per il cittadino. Se state affrontando una malattia inguaribile e non avete ancora attivato un servizio di cure palliative domiciliari o un hospice, parlatene subito con il medico di base o con l’oncologo. Il mio lavoro si affianca al loro, non lo sostituisce e non lo ritarda.

Contatti

Vi va di parlarne?

Un primo scambio senza impegno serve soprattutto a capire se questo tipo di presenza può esservi utile. Non c’è nessun obbligo di proseguire.